Messico, dopo l’arresto di “El Chapo”, boss internazionale del narcotraffico

di Alessandro Bonvini

In Messico, fino a qualche giorno fa, la taglia messa sulla sua testa valeva 30 milioni di pesos. Una cifra enorme per “El Chapo”, cinquantasei anni, re dei narcos messicani, che dopo l’uccisione di Osama Bin Laden era diventato il ricercato più pericoloso per le polizie di tutto il mondo. Nella notte tra il 21 e il 22 febbraio, un’operazione congiunta di militari e forze speciali lo ha arrestato in un lussuoso resort a Mazatlán, nello stato di Sinaloa, nell’ovest del Messico. Sulle sue tracce le agenzie investigative di tutto il continente erano in azione da diversi anni e quello degli scorsi giorni può reputarsi un colpo storico. Ma dietro la cattura di “El Chapo”, non un uomo qualunque a capo di un cartello tra i più potenti e spietati, resistono le ombre di un sistema dai mille tentacoli, in un paese devastato dalla violenza legata al narcotraffico.

Una lunga carriera criminale

“El Chapo”, al secolo Joaquín Guzmán Loera, nasceva nel dicembre ’57 nello stato di Sinaloa. È qui, durante i primi anni ’80, che comincia la sua carriera criminale, nelle fila del cartello di Guadalajara guidato da Miguel Ángel Gallardo. Nel 1989, dopo il suo arresto, il giovane Loera assieme ad un altro membro del gruppo, “El Güero”, diede vita ad una nuova organizzazione, il cartello di Sinaloa, operante nello stato omonimo, entrato subito in conflitto con il cartello di Tijuana, dei fratelli Arellano Félix, nato anch’esso come costola del clan di Guadalajara. Da quel momento tra i due cartelli iniziò una guerra cruenta e fratricida, cha ha ricoperto di sangue e piombo le strade messicane. Nel giugno 1993, dopo essere scampato ad un agguato preparatogli dagli Arellano all’aeroporto di Guadalajara, “El Chapo” venne arrestato in Guatemala a pochi passi dalla frontiera col Messico e condannato a venti anni di reclusione. Nel 1995 venne poi trasferito a Puenta Grande, carcere di massima sicurezza nello stato di Jalisco. Fu da qui che iniziò la sua lunga latitanza e, di riflesso, la sua leggenda. Con la complicità delle autorità interne e degli uomini del suo gruppo criminale, il 19 gennaio 2001 riuscì ad evadere, nascosto all’interno di un carrello pieno di asciugamani, dando vita ad una fuga cinematografica con tanto di elicotteri.

In latitanza ritornò alla guida del cartello di Sinaloa, stringendo alleanze con narcotrafficanti di spicco come Ignacio Nacho Coronel e Arturo Beltrán Leyva e affermandosi come il capo indiscusso della cocaina mondiale. Nel giro di pochi anni riuscì a soppiantare i cartelli colombiani, assumendo il controllo del traffico della polvere bianca verso gli Stati Uniti, e ad imporsi come riferimento centrale del commercio internazionale di droga, mantenendo contatti con le mafie di tutto il mondo, dalle triadi di Hong Kong, ai clan di Chicago, fino ai gruppi del Vecchio Continente.

Nel 2009 la rivista finanziaria Forbes lo “incoronava” signore incontrastato della coca, con un  patrimonio pari a un miliardo di dollari.

Il peso della sua cattura

Per l’attuale presidente Peña Nieto, l’arresto di Guzmán Loera è un successo da rivendicare a gran voce che farà continuare la sua luna di miele con la stampa straniera, assai interessata alle riforme neoliberali che sta portando avanti nel paese. Ma sotto questa cortina, fatta di prime pagine e dichiarazioni di vittoria, restano le ombre di un arresto che nasconde un sistema, e un paese, corrotti fino al midollo. Quello di Sinaloa è ritenuto da molti un cartello informalmente “buono”: un cartello cioè dedito quasi unicamente allo spaccio di stupefacenti, a differenza dei “cattivi” cartelli, come quello dei Los Zetas, impegnati in una campagna cruenta di estorsioni, sequestri e ritorsioni contro la popolazione civile. Oggi però il contesto è cambiato e tanti rischiano di essere i rischi legati alla sua caduta. Per molti messicani, paradossalmente, la paura è che l’arresto di “El Chapo” alimenti un nuovo vortice di violenze all’interno e contro un cartello ormai acefalo. Il peso della sua cattura porta con sé le zavorre di un sistema assai ramificato di potere criminale, una rete in cui, allo stesso livello, competono politici, militari, narcos e uomini della finanza.

In prospettiva tre sono le grosse questioni che riguardano il Messico del post-cattura di “El Chapo”. In primo luogo, a livello politico, il potere di Nieto ne esce rafforzato. Il colpo assestato al capo della droga aumenta, inevitabilmente, il suo consenso nazionale ed internazionale, blindandone il mandato. Ciò, però, rischia di mettere in ombra il vero nodo della questione: l’impunità di quei parlamentari del PRI che da sempre hanno interloquito con il cartello di Sinaloa in ottica elettoralistica.

In secondo luogo la nuova posizione dei Los Zetas. Il cartello del nord del paese, protagonista di una stagione che ha lasciato sul campo decine e decine di migliaia di morti e desaparecidos, con cifre da guerra civile, potrebbe approfittare della momentanea difficoltà dell’avversario di Sinaloa, provando a guadagnare l’egemonia del traffico di stupefacenti.

In terzo luogo l’ambiguità della giustizia. Il Dipartimento di Giustizia americano, in queste ore, sta spingendo affinché Guzmán Loera venga estradato e processato negli U.S.A. Una mossa forte, ma  solo apparentemente voluta. Far crollare il castello di “El Chapo”, e di conseguenza la rete di coperture, alleanze e protezioni a lui legata, significherebbe scoperchiare la cupola di agenti, uomini di borsa, sindaci e politici che nel corso di questi anni hanno direttamente e indirettamente stretto accordi con lui.

Perché quello di “El Chapo” è un apparato marcio che compra in Messico, spende a Los Angeles e investe a Wall Street. Lo scacco al re rischia di far saltare il tavolo, e in molti, nel frattempo, stanno già riorganizzando la partita.

Fonte: http://www.ilcorsaro.info/altrove-2/messico-gli-scenari-dopo-l-arresto-di-el-chapo-boss-internazionale-del-narcotraffico.html

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