La strategia di colpire i capi dei cartelli narcos ha portato solo più violenza in Messico

La strategia di andare a caccia dei leader del narcotraffico avviata dall’ex presidente Calderón non ha fatto altro che incrementare la violenza nello stato messicano. E’ questo che emerge dai dati di un studio pubblicato recentemente da Beatriz Magaloni, professoressa associata del Dipartimento di Scienze Politiche Freeman Spogli dell’Università di Stanford. “Nonostante i continui messaggi del governo, che raccontano della cattura di questo o quell’altro leader e che rassicurano il paese di essere sulla strada giusta verso la pace e la sicurezza, secondo le ricerche effettuate dalla professoressa Magaloni, gli omicidi relativi al narcotraffico sono aumentati del 40% e spesso proprio in quei comuni dov’è avvenuto l’arresto”, racconta Steve Fisher giornalista dell’ABC NEWS.

“Una statistica scioccante che arriva a pochi giorni dalla firma dell’accordo con gli Stati Uniti dopo il sostegno alla precedente amministrazione Calderón, durante la quale almeno 70.000 persone hanno perso la vita a causa del narcotraffico”, continua Fisher. All’inizio del 2012, dopo che il leader del cartello Jalisco Nueva Generación venne catturato, esplose la violenza a Guadalajara. Il gruppo criminale bloccó le vie d’uscita della città con l’intento di far liberare il proprio leader dall’Esercito. La settimana seguente i due gruppi dissidenti lottarono per avere il dominio territoriale della città, ci racconta Fisher. A dispetto delle credenze, l’aumento del livello di violenza in relazione al narcotraffico in Messico non è dettato dal caso.

“Fino a quando le organizzazioni criminali avranno interessi comuni, allora la diffusione della violenza crescerà. Porti, ferrovie ed aeroporti sono diventati centro di guerre territoriali; dagli stessi porti entra facilmente la droga che poi viene usata per estorcere denaro dagli stessi gruppi criminali, perció la nascita di cartelli nella passata amministrazione fu molto più elevata”, secondo la professoressa Magaloni.

All’inizio degli anni ’90 durante il governo di Carlos Salinas de Gortari, i cartelli erano sotto il controllo dei grossi politici nazionali; dal 2006, dopo l’insediamento di Calderón, ai cartelli bastava corrompere autorità statali e municipali per mettere in moto i gruppi dissidenti. “Dal momento della sua elezione nel 2012, il presidente Enrique Peña Nieto ha nascosto all’opinione pubblica la guerra che veniva fatta al narcotraffico ed i suoi effetti violenti, promuovendo invece un’immagine positiva del paese rendendo meno accessibili i dati relativi a questa guerra”, prosegue Fisher.

Dopo sette mesi di presidenza, l’Esercito di Peña Nieto ha catturato il leader del cartello Zeta; quello che ora ci si aspetta è che il cartello di Sinaloa voglia appropriarsi del territorio, con l’inevitabile aumento di violenza nella città, già da tempo ormai abbandonata dal governo. “Circa 12 mila persone sono morte durante quest’anno a causa della violenza legata al narcotraffico in Messico, ma sembra che la discutibile strategia di eliminare i leader dei cartelli non si fermerà a breve”, conclude Fisher.

L’articolo originale è stato pubblicato su Sin Embargo: http://www.sinembargo.mx/20-10-2013/786230

 

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