La proiezione internazionale dei cartelli messicani

Il cartello messicano di narcotrafficanti di Sinaloa, con il suo imprendibile leader “El Chapo”, egemone in casa propria da anni, è in forte espansione anche altrove, non solo nei vicini paesi centro americani. Esperti antidroga europei e americani in servizio nella regione, sostengono che il cartello abbia raggiunto gli appetibili mercati dell’Europa, dell’Asia e dell’Australia. Presenze significative sono state rilevate anche da parte di altre organizzazioni criminali e, su tutte, quella dei Los Zetas. Alcuni operazioni antidroga effettuate ed altre in itinere sembrano confermare la forte espansione dei cartelli messicani nel mondo. Già nel novembre 2008, in Australia, con l’arresto di tre narcos messicani ed il sequestro di 65 kg di cocaina destinata al mercato locale, si registrò il primo segnale nella ricerca di nuovi mercati. Un anno e mezzo dopo, nel luglio 2010, i due quintali di polvere bianca intercettati a Baulkham Hills, a circa 30 chilometri da Sidney, confermarono l’interesse messicano per quel paese.

A distanza di due mesi, John Lawler, direttore della Commissione sulla Criminalità in Australia, lanciava l’allarme sul cartello di El Chapo ritenuto in grado di immettere sul mercato interno almeno mezza tonnellata di cocaina al mese. Che le previsioni fossero azzeccate lo si vedrà poco tempo dopo. Nel maggio 2011, al termine di un’operazione internazionale antidroga, vennero arrestati, a Mackay Queensland, tre colombiani e un australiano e sequestrati 100 kg di cocaina spediti dai porti messicani. Contestualmente altre sette persone furono arrestate in Messico, Colombia e Panama. Che la situazione del narcotraffico in Australia sia andata peggiorando lo si deduce anche dai dati statistici che evidenziano come i sequestri annuali di cocaina siano andati aumentando nel tempo: dagli 87 kg del 2005, alla tonnellata e mezzo del 2012. Nel febbraio 2013, la Dea (l’agenzia antidroga americana), segnalava l’invio di cocaina in Australia, con aerei, da parte di un gruppo di Chicago collegato al cartello di Sinaloa. È lo stesso cartello che si “affaccia” ad Hong Kong, agli inizi del 2011, per commerciare 567 kg di cocaina sequestrata a cinque narcos messicani. In carcere,insieme al quintetto, anche una colombiana, un americano ed un cinese.

Anche il Guatemala sta rappresentando una “tierra fertil” per i cartelli messicani. Lo ricordava, cinque anni fa, dopo alcune stragi in uno sperduto pueblo nella regione di Alta Verapaz (al confine con il Messico), il vicepresidente guatemalteco Rafael Espada. Le indagini svolte portarono a far emergere fitti collegamenti dei temibili Los Zetas con i gruppi narcos locali dei Los Saraceno, di Sayaxche e dei Lorenzana. Più recentemente, maggio 2013, nella regione di Izabal, la polizia guatemalteca, con l’ausilio della Dea, aveva arrestato quattro narcotrafficanti del cartello del Golfo. In Nicaragua, invece, si è avuta una sorta di pacifica spartizione territoriale, con i colombiani attivi sulla costa caribena e i messicani a Managua e a Rivas. Presenze dei Los Zetas, della Familia Michoacana e del Cartello del Golfo, vengono segnalate dallo stesso presidente di Costa Rica nell’agosto del 2011.

In Perù, intanto, a Ayabaca,confine con l’Ecuador, a novembre 2010, era stato individuato e distrutto un grande laboratorio per la produzione di cocaina gestito da elementi del cartello di Sinaloa. “El Chapo regna in Honduras”, così ha dichiarato, alcuni giorni fa, in un’intervista al quotidiano El Mundo, il vice ministro della difesa honduregno Carlos Roberto Funes. Nel paese si sta vivendo uno dei periodi più nefasti della sua storia, con una classe politica fortemente inquinata dalla criminalità del narcotraffico, con gli omicidi (si uccide persino per il semplice gusto di farlo!) che hanno raggiunto, nell’anno in corso, il tasso di 85 per centomila persone (forse il valore più alto nel mondo), con la scadente repressione antidroga svolta dalla polizia (dalle 21 tonnellate di cocaina sequestrate nel 2011 alle due del corrente anno).

In Italia, sono ben note le operazioni degli ultimi tre anni, con consistenti sequestri di cocaina, che hanno messo in evidenza “contatti” dei Los Zetas con la ‘ndrangheta e la camorra. A questo si aggiungano i diversi chilogrammi sequestrati nel 2013 ai corrieri messicani (almeno una ventina sino a settembre) in alcuni aeroporti italiani. Informazioni, in fase di verifiche, giungono anche dal lontano Afghanistan dove sarebbero state attivate alcune imprese di facciata da alcuni messicani in affari con narcotrafficanti turchi.

Articolo di Piero Innocenti

See more at: http://www.narcomafie.it/2013/11/25/la-proiezione-internazionale-dei-cartelli-messicani/#sthash.NUawDNGc.dpuf

Le mani dei narcos su mille città Usa

Un cerchio: rosso, giallo, blu. Le tinte variano. Accanto, l’infografica spiega: ad ogni colore corrisponde l’influenza di un gruppo differente di gruppi di narcos, i cosiddetti cartelli: Sinaloa, Golfo, Los Zetas, Tijuana. Non è la mappa del Messico anche se i nomi potrebbero ingannare.

La carta mostra il territorio a nord del Rio Bravo, cioè gli Stati Uniti. L’Onu aveva lanciato l’allerta fino dal 2010: «Le organizzazioni messicane dominano l’offerta di cocaina, eroina e metanfetamine negli Usa». Finora, però, si credeva che le “mafie latine” gestissero il business a distanza, tramite redditizie alleanze con la criminalità locale. Non che – come ha affermato il dipartimento di Giustizia di Washington – fossero ormai uscite dall’ex “giardino di casa” per insinuarsi stabilmente in oltre mille tra città e metropoli statunitensi. Una «sfida impegnativa» che «ci preoccupa», ha detto il capo dell’Agenzia anti-droga Usa, JAck Riley.

Non si parla più esclusivamente delle città di frontiera. I narcos operano nei punti più impensati della nazione: dalla Georgia al Minnesota, fino all’Ohio e alla Pennsylvania, Indiana, Michigan, Kentucky. In pratica, è «un’invasione di Gringolandia», come scrivevano alcuni media messicani. Che preoccupa la Casa Bianca. Non a caso, la settimana scorsa il presidente Usa Barack Obama, da Città del Messico, ha parlato della necessità di cambiare strategia nella rotta ai narcos, dato l’evidente fallimento della «guerra» dichiarata dall’ex presidente Felipe Calderón.

Un punto di vista condiviso anche dal neo-lider, Enrique Peña Nieto, che ha annunciato un’inversione di rotta. Finora – a parte “l’esortazione” ai media di evitare l’utilizzo di termini militari riferiti alla lotta anti-crimine -, il nuovo corso non è ancora iniziato. E sul terreno si continua a morire, al ritmo di mille morti al mese. Anche se la zona più calda si è spostata da ovest a est: Tamaulipas, Nuevo León, Coahuila, come evidenzia il reporter Diego Enrique Osorno nello studio-inchiesta “La guerra dei narcos”, appena pubblicato da La Nuova Frontiera.

Qui opera il cartello de Los Zetas, tra i più attivi anche “oltre-confine”. Già l’anno scorso, l’Fbi aveva rivelato il reclutamento massiccio da parte di questo gruppo di gang statunitensi, in particolare Tango Blast e Mexican Mafia. I giovani sbandati vengono addestrati dai narcos e “affiliati” a tutti gli effetti alla banda.

Anche la mafia di Sinaloa – considerata una vera e propria multinazionale del crimine, attiva in 56 Paesi – ha messo radici negli States. In particolare a Chicago. Tanto che, lo scorso febbraio, la commissione municipale anti-crimine ha dichiarato il leader della banda, Joaquín “El Chapo” Guzmán, come «nemico pubblico numero 1», lo stesso titolo del famigerato Al Capone. Ovunque arrivano, i narcos non si limitano a gestire i traffici illeciti, in primis quello di droga. Riciclano buona parte dei 20 miliardi di “fatturato” annuale nell’economia legale: in tempi di crisi non è difficile acquisire imprese e attività in difficoltà.

L’obiettivo, del resto, dei cartelli messicani non è solo il narco-business ma l’infiltrazione nel territorio per ampliare la gamma dei traffici illeciti. Col sistema del “plata o plomo”: soldi o piombo. Finora, negli Usa si sono limitati ai primi. Gli oltre 100mila morti in sette anni sul suolo messicano, però, sono un incubo per Washigton. E pure per Bruxelles. Un mese fa, l’Europol ha avvertito: i narcos sono sbarcati anche nel continente.

Lucia Capuzzi su L’Avvenire | 9 maggio 2013