Mafie italiane e messicane in “affari” da (molto) tempo

Risalgono agli anni Cinquanta le prime organizzazioni di narcotrafficanti in Messico. Furono, per ironia della sorte, proprio i “gringos” che incentivarono la coltivazione di papavero da oppio. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, le scorte di morfina e di eroina, usate per i feriti come anestetico, si erano ridotte paurosamente, inducendo gli americani a cercare, tra i vicini e gli alleati, terreni adatti a questa coltivazione. Fu così che negli stati messicani di Sinaloa, Durango e Sonora, vennero impiantate, con la supervisione di esperti cinesi, ampie distese di coltivazioni di amapola. E, proprio a Sinaloa, che ancora oggi dà il nome ad uno dei più agguerriti cartelli, doveva nascere una delle prime bande dedite al narcotraffico capeggiata, tra l’altro, da una donna, Manuela Caro considerata anche la pioniera del traffico di droghe via aerea.

Durante la presidenza di Leopoldo Sanchez (1963-1968), i narcos di Sinaloa si radicarono sul territorio e si espansero grazie anche alle coperture politiche locali. Protezioni e complicità che crebbero con Valdes Montoya e Alfonso Calderon, i due presidenti che, negli anni Settanta, seguirono a Celis. La morte di Manuela Caro, nel carcere di Culiacan nel 1978, favorì l’emersione di altri gruppi tra cui quelli di Ernesto Fonseca (don Neto, attualmente detenuto) e quello di “Chociloco” capeggiato da Manuel Uzeda Solaco, Francisco Fuentes e Pedro Heleadoro Cazares. Risalgono a questi anni i primi contatti dei gruppi messicani con la mafia siciliana. Sono gli anni della nascita delle organizzazioni dei “baroni” messicani i quali, dopo l’operazione Condor che portò in carcere la “manovalanza”, ma non i capi, abbandonarono Sinaloa e si trasferirono a Guadalajara, capitale dello Stato di Jalisco.

Qui, già da tempo, era attivo un gruppo di narcos che faceva capo ad Alberto Sicilia Falcon, cubano di nascita ma di origini italiane. Il primo vero capo mafioso di un certo spessore può essere considerato il libanese Jorge Asaf y Bale che svolse funzioni di collegamento tra i narcotrafficanti di Beirut e i gruppi emergenti di Cosa nostra che, in Messico, facevano riferimento al siciliano “Pino”, ossia Giuseppe Catania. Personaggio, quest’ultimo, che si era guadagnato un’apprezzata posizione sociale tanto che lo si vedeva spesso praticare equitazione con le alte gerarchie militari messicane. Eccellenti rapporti di “lavoro” con la mafia siciliana li ebbe anche il gruppo degli Herrera il cui capo Don Jaime si riforniva di cocaina direttamente dal cartello di Medellin. Matta Ballesteros, poi, un honduregno allievo della “scuola italiana” di Alberto Sicilia Falcon, diede vita, con Miguel Felix Gallardo, ad una delle più potenti organizzazioni di narcotrafficanti in Messico. I rapporti si sono andati consolidando nel tempo e sono divenuti privilegiati negli ultimi anni come hanno evidenziato alcune importanti operazioni internazionali antidroga.

Si pensi, ad esempio, all’operazione Solare, del settembre 2008, condotta tra Stati Uniti, Messico, Italia e Guatemala, che ha portato all’arresto di circa duecento persone componenti un’organizzazione che smistava tonnellate di cocaina tra il Sud America, il Nord America e l’Europa. L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, con il prezioso contributo informativo della Direzione centrale per i servizi antidroga, ha evidenziato un’inedita alleanza (quantomeno stretti contatti) tra la ‘ndrangheta (la famiglia Schirripica di Gioiosa Jonica) e rappresentanti del cartello messicano del Golfo presenti negli Usa. Un’ulteriore tranche della indagine (Solare 2), conclusasi nel 2010, porterà in carcere altre persone in Italia, Olanda, Francia e Spagna, per narcotraffico mettendo in risalto i collegamenti delle ‘ndrine dei Macri e dei Coluccio, presenti a New York, con i narcos messicani dei Los Zetas (tra i più temibili cartelli). Più recentemente, marzo 2012, il sequestro, nel porto di Gioia Tauro, di 260 kg di cocaina a bordo di una nave salpata dal porto messicano di Mazatlan e l’operazione Monterrey, maggio 2012, a Palermo, con ordinanze di custodia in carcere per narcotraffico (circa 440 kg di cocaina sequestrati nel 2006 in Italia) di diversi  messicani e palermitani vicini al clan dei Graviano di Brancaccio, confermano le ottime saldature operative che si sono venute sviluppando tra le nostre mafie e quelle messicane.

di Piero Innocenti

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Conferenza stampa di presentazione