Appello

Il Messico, paese ricco per cultura, tradizione, storia, colori, negli ultimi sei anni ha registrato un numero di vittime superiore a quello di zone in conflitto armato. La guerra al narcotraffico lanciata nel 2006 dal governo Calderon ha causato, in realtà, un totale di 136.000 persone uccise di cui 116.000 collegati alla guerra con la criminalità organizzata e 20.000 per delinquenza comune: presunti appartenenti a cartelli criminali, sicari, componenti dell’esercito e della marina militare, personale delle forze dell’ordine, migranti, difensori dei diritti umani, giornalisti, bambini, donne, studenti, imprenditori, amministratori locali, la grande maggioranza dei quali avevano meno di 30 anni. Il tutto in un clima di impunità pressoché totale.

E ancora, si contano circa 160.000 sfollati, 15.000 desaparecidos, 60.000 orfani, 22.000 migranti sequestrati, l’80% delle amministrazioni locali infiltrate e corrotte, 72 giornalisti uccisi o scomparsi. In questo quadro solo l’1.8% della popolazione carceraria è detenuta a seguito di condanna e 22 sono i tipi di reati commessi dai cartelli di narcotrafficanti messicani che ormai si sono espansi in 43 Paesi del mondo.

Dietro questi numeri ci sono volti, nomi, storie, che la comunità internazionale deve conoscere. Così come devono essere conosciute e supportate le migliaia di difensori dei diritti umani che ogni giorno lavorano in un ambiente estremamente difficile e pericoloso per rendere il proprio Paese, il Messico, una terra migliore.

Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie ti chiede di aderire alla Campagna “Pace per il Messico – Mexico por la Paz”.

Perché i familiari delle vittime innocenti della criminalità organizzata messicana abbiano il diritto di tenere viva la memoria dei propri cari e soprattutto avere accesso vero alla giustizia;

Per dare visibilità all’impegno dei difensori dei diritti umani messicani che deve essere conosciuto, sostenuto e difeso;

Perché all’espansione internazionale dei narcotrafficanti si risponda con un’azione di antimafia sociale internazionale e una cooperazione giudiziaria e investigativa efficace;

Perché siano note le violazioni o le omissioni delle istituzioni messicane nei confronti delle attività illecite della criminalità organizzata e vi sia un serio programma di lotta alla corruzione per contrastare silenzi, coperture, complicità e connivenze;

Perché i giornalisti messicani possano essere liberi di informare il loro Paese e la comunità internazionale;

Perché le istituzioni italiane ed europee attivino tutti gli strumenti a loro disposizione nei confronti del nuovo governo messicano affinché si ponga fine alla spirale di morte e alla corruzione dilagante, tuteli i diritti umani, protegga le fasce più esposte alla violenza dei narcotrafficanti e applichi con efficacia tutte le convenzioni internazionali ratificate.

Perché le realtà associative italiane ed europee si facciano portavoce di quanto accade in Messico e promuovano azioni congiunte con le associazioni messicane che lottano per il rispetto dei diritti umani e contro la criminalità organizzata.

Perché ci sia consapevolezza che quello che succede in Messico ha ripercussioni in Europa, e quello che succede in Europa ha ripercussioni in Messico.

Per aderire all’appello clicca qui!

Le mani dei narcos su mille città Usa

Un cerchio: rosso, giallo, blu. Le tinte variano. Accanto, l’infografica spiega: ad ogni colore corrisponde l’influenza di un gruppo differente di gruppi di narcos, i cosiddetti cartelli: Sinaloa, Golfo, Los Zetas, Tijuana. Non è la mappa del Messico anche se i nomi potrebbero ingannare.

La carta mostra il territorio a nord del Rio Bravo, cioè gli Stati Uniti. L’Onu aveva lanciato l’allerta fino dal 2010: «Le organizzazioni messicane dominano l’offerta di cocaina, eroina e metanfetamine negli Usa». Finora, però, si credeva che le “mafie latine” gestissero il business a distanza, tramite redditizie alleanze con la criminalità locale. Non che – come ha affermato il dipartimento di Giustizia di Washington – fossero ormai uscite dall’ex “giardino di casa” per insinuarsi stabilmente in oltre mille tra città e metropoli statunitensi. Una «sfida impegnativa» che «ci preoccupa», ha detto il capo dell’Agenzia anti-droga Usa, JAck Riley.

Non si parla più esclusivamente delle città di frontiera. I narcos operano nei punti più impensati della nazione: dalla Georgia al Minnesota, fino all’Ohio e alla Pennsylvania, Indiana, Michigan, Kentucky. In pratica, è «un’invasione di Gringolandia», come scrivevano alcuni media messicani. Che preoccupa la Casa Bianca. Non a caso, la settimana scorsa il presidente Usa Barack Obama, da Città del Messico, ha parlato della necessità di cambiare strategia nella rotta ai narcos, dato l’evidente fallimento della «guerra» dichiarata dall’ex presidente Felipe Calderón.

Un punto di vista condiviso anche dal neo-lider, Enrique Peña Nieto, che ha annunciato un’inversione di rotta. Finora – a parte “l’esortazione” ai media di evitare l’utilizzo di termini militari riferiti alla lotta anti-crimine -, il nuovo corso non è ancora iniziato. E sul terreno si continua a morire, al ritmo di mille morti al mese. Anche se la zona più calda si è spostata da ovest a est: Tamaulipas, Nuevo León, Coahuila, come evidenzia il reporter Diego Enrique Osorno nello studio-inchiesta “La guerra dei narcos”, appena pubblicato da La Nuova Frontiera.

Qui opera il cartello de Los Zetas, tra i più attivi anche “oltre-confine”. Già l’anno scorso, l’Fbi aveva rivelato il reclutamento massiccio da parte di questo gruppo di gang statunitensi, in particolare Tango Blast e Mexican Mafia. I giovani sbandati vengono addestrati dai narcos e “affiliati” a tutti gli effetti alla banda.

Anche la mafia di Sinaloa – considerata una vera e propria multinazionale del crimine, attiva in 56 Paesi – ha messo radici negli States. In particolare a Chicago. Tanto che, lo scorso febbraio, la commissione municipale anti-crimine ha dichiarato il leader della banda, Joaquín “El Chapo” Guzmán, come «nemico pubblico numero 1», lo stesso titolo del famigerato Al Capone. Ovunque arrivano, i narcos non si limitano a gestire i traffici illeciti, in primis quello di droga. Riciclano buona parte dei 20 miliardi di “fatturato” annuale nell’economia legale: in tempi di crisi non è difficile acquisire imprese e attività in difficoltà.

L’obiettivo, del resto, dei cartelli messicani non è solo il narco-business ma l’infiltrazione nel territorio per ampliare la gamma dei traffici illeciti. Col sistema del “plata o plomo”: soldi o piombo. Finora, negli Usa si sono limitati ai primi. Gli oltre 100mila morti in sette anni sul suolo messicano, però, sono un incubo per Washigton. E pure per Bruxelles. Un mese fa, l’Europol ha avvertito: i narcos sono sbarcati anche nel continente.

Lucia Capuzzi su L’Avvenire | 9 maggio 2013