La storia di Carlos, che un giorno decise di non voler più sparare

ROMA – Si sente ancora uno di loro, uno della pandilla. La banda. E la sua casa è sempre là, fra le baracche sgangherate e colorate del quartiere dove è nato, ai confini dell’inferno, la colonia del Rio Blanco. È uno di loro: è Carlos.

Guarda l’intervista video

Non ha mai rinnegato le sue origini e nel cuore porta il ricordo degli amici che non ci sono più, ragazzini e anche bambini, morti a undici o a dodici anni, sgozzati o fucilati, uccisi per tutto e per niente sulle strade feroci di Città del Messico. “Eravamo ventitré all’inizio, siamo sopravvissuti solo in tre”, ricorda lui che dalla terrazza di un palazzo dietro piazza Venezia sta guardando le cupole di Roma al tramonto.

Da qualche giorno è rifugiato qui, lontano dal suo barrio e lontanissimo dalle paure che l’inseguono dall’altra parte del mondo, minacce, avvertimenti, pedinamenti. I suoi nemici sono poliziotti corrotti e criminali di varia risma, quelli che una volta lo consideravano un capo, il più sfrontato, il più temerario, il più duro dei pandilleros. Non è un traditore e non è un pentito Carlos Alberto Cruz Santiago, ultimo di cinque figli cresciuti nelle miserabili periferie di una metropoli dove spadroneggiano fra le settecento e le mille gang, uno sterminato esercito di assassini adolescenti che un giorno ammazzano e il giorno dopo vengono ammazzati, che rubano, trafficano, fanno sequestri di persona, vendono e comprano armi, vendono e comprano vite.

Questo messicano di trentotto anni, corpulento, i capelli color pece, una faccia da indio e una malinconia che i suoi occhi non riescono a nascondere, oggi è un altro uomo che richiama il suo passato per spiegare che si può e che si deve cambiare. Da fuorilegge è diventato il più famoso “educatore di strada” del suo Paese, senza avere mai dimenticato da dove viene e come ha consumato la sua prima esistenza.

È in Italia protetto dalla rete Alas di don Tonio Dell’Olio, un network latino-americano contro il narcotraffico. Nei prossimi giorni Carlos scenderà a Napoli per avventurarsi nei labirinti di Scampia e parlare del suo Messico – dal 2006 ci sono stati 136 mila omicidi, ventimila di delinquenza comune e tutti gli altri collegati ai carteles della droga e alla criminalità organizzata – ai ragazzi del “paradiso dello spaccio”. E rivelare anche l’altro volto che sta scoprendo la sua Rio Blanco. “Se si trasforma il mio barrio, ce la può fare anche Scampia”, sussurra mentre guarda le foto dei palazzi “tutti grigi e tutti uguali” del quartiere napoletano in mezzo alla putrefazione di uomini e cose.

A Scampia racconterà la mattanza messicana. E se stesso. La rivoluzione di Carlos.

Tepito, Vaje Gomez, Bondojito, tutte le altre infelici colonie che confinano con le costruzioni a forma di cubo dove sono intrappolati i quarantamila abitanti del Rio Blanco. In fondo a un polveroso viottolo abita Carlos. Il padre Adulfo, ragioniere in un’impresa di costruzioni, non c’è mai. Lavora giorno e notte per sfamare la famiglia. La madre Hermilla s’arrangia con qualche lavoretto. Carlos non ha niente. Cinque pesos al giorno gli sembrano una fortuna. Ha appena sei anni quando glieli mettono in mano per correre su una bici da una parte all’altra del quartiere. E portare un “sacchettino” a qualcuno. È già un corriere. Marijuana. È già segnato Carlos Alberto Cruz Santiago.

A tredici anni il bautizo, il battesimo. Il giro del perimetro di un campo, inseguito da una trentina di ragazzi più grandi che lo prendono a bastonate con le canne di bambù. “Se resistevi per un giro intero entravi, se non resistevi non ti prendevano nella banda… io di giri ne ho fatti due”, dice Carlo che intanto spiega cosa significava “entrare” là dentro. Baci. Abbracci. Promesse solenni: “Non eri più uno in più ma eri parte, si parlava di lealtà. Degli amici che dovevano essere considerati come fratelli, che dovevi rispettare tua madre e le donne degli altri”.

A tredici anni nel primo cerchio, a quattordici nel secondo, a quindici anni in quello più alto, il terzo. È ormai un capo della pandilla Carlos. In tasca ha sempre una pistola automatica marca Astra. La usa “per difendere il territorio” dalle altre bande. Il suo quartiere generale è nell’Escuela Vocacional numero 10, un impasto di politica e di violenza, delegati governativi in contatto con i pandilleros studenti per controllare potere e voti. In cambio libertà di scorribanda per Carlos e i suoi amici: “Rubavamo, rapinavamo banche, assaltavamo per strada i poliziotti per portare via le loro armi e poi rivenderle, alla fine ci siamo anche conquistati el derecho de pizo in tutto il quartiere”.

La renta come la chiamano in Messico, la quota che tutti i negozianti devono pagare al racket. La rata ogni settimana, una speciale a Pasqua e a Natale. A Città del Messico come nelle borgate di Palermo. È la seconda metà degli Anni Ottanta. I cartelli della droga non sono ancora forti e ricchi come lo saranno dieci anni dopo, la guerra nella capitale messicana è affare delle pandillas per il controllo dei commerci illegali delle zone di appartenenza.

È nel 1987 – Carlos è da quasi due anni nella banda – che comincia a vedere morire i suoi compagni. Gli tornano in mente i momenti più dolorosi: “Dal 1987 al 1991 sono stati uccisi quei venti, ma per me sono ancora tutti vivi, non passa mese che non vado a casa dei loro familiari”. Scontri a fuoco. Agguati. Fino a quando si muove qualcosa dentro il ragazzo del Rio Blanco. Si rompe qualcosa anche con i delegati governativi dell’Escuela Vocacional numero 10 (“I loro figli non venivano ammazzati come noi, non andavano mai in carcere come noi…”), ma è un viaggio sulle montagne del Guerrero che divide per sempre in due la vita di Carlos.

Con lo zaino in spalla decide di passare qualche mese in una comunità indigena e si accorge che là, nella foresta, uomini e donne e bambini muoiono anche senza le fucilate o le coltellate. Ricorda ancora lui: “Morivano di malattia, morivano anche di fame. E quando un bambino soffriva perché era malato non sentivo mai dire “C’è un bambino malato”, ma tutti dicevano “La nostra comunità è malata”. Quel modo di pensare ha modificato il mio modo di pensare, ho capito che non era più importante vivere meglio, avere una bella macchina o tanti soldi, ma era più importante vivere da giusti”.

Carlos torna a Città del Messico e parla con i superstiti della sua pandilla. Molti lo seguono, alcuni non capiscono, altri cominciano a odiarlo. Lo accusano di voler abbandonare i compagni della banda, che sta venendo meno al giuramento di fedeltà. Ci ripensa Carlos a quei giorni e dice: “Io non ho lasciato e ripudiato nessuno, ho soltanto abbandonato la vendetta per diventare un pandillero costruttore di pace”. Rimane a Rio Blanco, nella casa della vecchia nonna in Calle Oriente 85 numero 2822. Lì vicino apre Cuace Ciudadano, che significa “Canale cittadino”, un’associazione per strappare i ragazzi alle bande e che ha ormai volontari in sessantasei municipi di Città del Messico e in più di settecento scuole. Indaga sui crimini governativi, sui traffici di coca, sulle crudeltà contro gli immigrati. Carlos comincia a denunciare le scorrerie della polizia, le uccisioni di massa di ragazzi. Come quella del 2008 nella discoteca New Divine di Città del Messico, nove adolescenti scambiati per trafficanti e massacrati. O come quella del 2010 a Ciudad Juarez in località Villas De Salbarca, quattordici morti e ventisette feriti, tutti minorenni. Mattanze governative.

Con gli altri 144 volontari di Cuace Ciudadano Carlo Alberto Cruz Santiago è diventato bersaglio di reparti speciali polizieschi e boss mafiosi. Telefonate nel cuore della notte: “Carlos sappiamo dove sei”, “Carlos strappiamo il cuore a te e ai figli dei tuoi amici”, “Carlos, sei condannato a morte”.

Lui, che era entrato nella pandilla nel 1985 e ne è uscito quindici anni dopo, l’altro mese è andato a parlare in una caserma di polizia di Città del Messico, un corso di formazione sulla legalità. In prima fila ha riconosciuto un vecchio capitano. “Era là che mi fissava, all’inizio non era sicuro che fossi davvero io. Si è avvicinato e mi ha detto: ‘Non sono riuscito ad arrestarti e adesso ti ritrovo pure mio maestro..’”.

La sua prossima lezione è fra i più disperati ragazzi di Napoli. Carlos è pronto per il suo nuovo viaggio. Andata e ritorno Rio Blanco-Scampia.

Repubblica.it articolo di Attilio Bolzoni,25 novembre 2012