Marcha en apoyo de El Chapo

Luis Pablo Beauregard

El sinsentido marchó la tarde de este miércoles por las calles de Culiacán, la capital de Sinaloa (noroeste de México). Unas 2.000 personas vestidas de blanco se manifestaron por la avenida Obregón para pedir la liberación de Joaquín El Chapo Guzmán, líder del poderoso cártel del Pacífico, que fue capturado por el Gobierno mexicano el sábado pasado después de 13 años prófugo de la justicia. La policía trató de dispersar la manifestación y fue retada por algunos asistentes, que quemaron neumáticos en sus coches. Los policías lanzaron gas lacrimógeno y detuvieron a diez personas.

En Culiacán unas 2.000 personas asistieron a la marcha, según los reportes de los medios locales. Hubo grupos de banda que animaron la marcha. Hombres con el rostro cubierto repartieron agua, cerveza y tamales a algunos asistentes. En las redes sociales se divulgaron imágenes de algunas personas que recorrieron los cuatro kilómetros del trayecto. “Queremos libre al Chapo”, decía una manta. “El pueblo no está conforme con la extradición. No lo permitimos. Exijimos que no proceda (sic)”, decía una pancarta en manos de un joven con la cara oculta, según una fotografía publicada por el diario Noroeste. En muchas de las imágenes publicadas por los medios locales se pueden ver menores de edad que participaron en la manifestación.

La invitación se hizo por redes sociales y a través de mensajes en los teléfonos. En Guamúchil, un municipio al norte del estado, se repartieron volantes que convocaban a la manifestación. “Por favor asistir de blanco, el motivo de la marcha es exigir la liberación del Chapo y héroe de Sinaloa”, decía el papel. En Culiacán, una ciudad de 800.000 personas, la marcha avanzó por una de las avenidas principales desde una iglesia hasta el palacio municipal. Vehículos de lujo escoltaron a los manifestantes. De sus equipos de sonido salían corridos alusivos al narcotraficante detenido.

La detención de Guzmán ha abierto un debate de si debe o no entregarse a las autoridades de Estados Unidos para que sea juzgado por sus crímenes allá. Este martes un juez dictó auto de formal prisión en contra del capo, que se había fugado de un penal de máxima seguridad en 2011 después de haber estado preso desde 1993 por el delito de asociación delictuosa y cohecho. Hasta el momento, Guzmán Loera no ha sido encontrado culpable del delito de narcotráfico en territorio nacional.

Fuente: http://internacional.elpais.com/internacional/2014/02/27/actualidad/1393477842_177605.html

La proiezione internazionale dei cartelli messicani

Il cartello messicano di narcotrafficanti di Sinaloa, con il suo imprendibile leader “El Chapo”, egemone in casa propria da anni, è in forte espansione anche altrove, non solo nei vicini paesi centro americani. Esperti antidroga europei e americani in servizio nella regione, sostengono che il cartello abbia raggiunto gli appetibili mercati dell’Europa, dell’Asia e dell’Australia. Presenze significative sono state rilevate anche da parte di altre organizzazioni criminali e, su tutte, quella dei Los Zetas. Alcuni operazioni antidroga effettuate ed altre in itinere sembrano confermare la forte espansione dei cartelli messicani nel mondo. Già nel novembre 2008, in Australia, con l’arresto di tre narcos messicani ed il sequestro di 65 kg di cocaina destinata al mercato locale, si registrò il primo segnale nella ricerca di nuovi mercati. Un anno e mezzo dopo, nel luglio 2010, i due quintali di polvere bianca intercettati a Baulkham Hills, a circa 30 chilometri da Sidney, confermarono l’interesse messicano per quel paese.

A distanza di due mesi, John Lawler, direttore della Commissione sulla Criminalità in Australia, lanciava l’allarme sul cartello di El Chapo ritenuto in grado di immettere sul mercato interno almeno mezza tonnellata di cocaina al mese. Che le previsioni fossero azzeccate lo si vedrà poco tempo dopo. Nel maggio 2011, al termine di un’operazione internazionale antidroga, vennero arrestati, a Mackay Queensland, tre colombiani e un australiano e sequestrati 100 kg di cocaina spediti dai porti messicani. Contestualmente altre sette persone furono arrestate in Messico, Colombia e Panama. Che la situazione del narcotraffico in Australia sia andata peggiorando lo si deduce anche dai dati statistici che evidenziano come i sequestri annuali di cocaina siano andati aumentando nel tempo: dagli 87 kg del 2005, alla tonnellata e mezzo del 2012. Nel febbraio 2013, la Dea (l’agenzia antidroga americana), segnalava l’invio di cocaina in Australia, con aerei, da parte di un gruppo di Chicago collegato al cartello di Sinaloa. È lo stesso cartello che si “affaccia” ad Hong Kong, agli inizi del 2011, per commerciare 567 kg di cocaina sequestrata a cinque narcos messicani. In carcere,insieme al quintetto, anche una colombiana, un americano ed un cinese.

Anche il Guatemala sta rappresentando una “tierra fertil” per i cartelli messicani. Lo ricordava, cinque anni fa, dopo alcune stragi in uno sperduto pueblo nella regione di Alta Verapaz (al confine con il Messico), il vicepresidente guatemalteco Rafael Espada. Le indagini svolte portarono a far emergere fitti collegamenti dei temibili Los Zetas con i gruppi narcos locali dei Los Saraceno, di Sayaxche e dei Lorenzana. Più recentemente, maggio 2013, nella regione di Izabal, la polizia guatemalteca, con l’ausilio della Dea, aveva arrestato quattro narcotrafficanti del cartello del Golfo. In Nicaragua, invece, si è avuta una sorta di pacifica spartizione territoriale, con i colombiani attivi sulla costa caribena e i messicani a Managua e a Rivas. Presenze dei Los Zetas, della Familia Michoacana e del Cartello del Golfo, vengono segnalate dallo stesso presidente di Costa Rica nell’agosto del 2011.

In Perù, intanto, a Ayabaca,confine con l’Ecuador, a novembre 2010, era stato individuato e distrutto un grande laboratorio per la produzione di cocaina gestito da elementi del cartello di Sinaloa. “El Chapo regna in Honduras”, così ha dichiarato, alcuni giorni fa, in un’intervista al quotidiano El Mundo, il vice ministro della difesa honduregno Carlos Roberto Funes. Nel paese si sta vivendo uno dei periodi più nefasti della sua storia, con una classe politica fortemente inquinata dalla criminalità del narcotraffico, con gli omicidi (si uccide persino per il semplice gusto di farlo!) che hanno raggiunto, nell’anno in corso, il tasso di 85 per centomila persone (forse il valore più alto nel mondo), con la scadente repressione antidroga svolta dalla polizia (dalle 21 tonnellate di cocaina sequestrate nel 2011 alle due del corrente anno).

In Italia, sono ben note le operazioni degli ultimi tre anni, con consistenti sequestri di cocaina, che hanno messo in evidenza “contatti” dei Los Zetas con la ‘ndrangheta e la camorra. A questo si aggiungano i diversi chilogrammi sequestrati nel 2013 ai corrieri messicani (almeno una ventina sino a settembre) in alcuni aeroporti italiani. Informazioni, in fase di verifiche, giungono anche dal lontano Afghanistan dove sarebbero state attivate alcune imprese di facciata da alcuni messicani in affari con narcotrafficanti turchi.

Articolo di Piero Innocenti

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